Il populismo può essere di sinistra? Secondo alcuni sì | Necessariamente

Il momento populista tra insidie e nuove possibilità: cosa può fare la sinistra?

Di Lorenzo Stasi.


Quella che stiamo vivendo è una realtà politica in continua evoluzione e che spesso sfugge alle tradizionali interpretazioni. Se la si volesse racchiudere in due parole si potrebbe legittimamente dire che stiamo vivendo un momento populista, contrassegnato dalla crescita di eterogenei movimenti che si definiscono anti-estabilishment. Normalmente si legge che questo è un fenomeno politico di destra caratterizzato da tendenze reazionarie e autoritarie. Se si prendono in considerazione formazioni politiche come Rassemblement national di Marine Le Pen, Fidesz di Viktor Orban e la Lega di Matteo Salvini le cose stanno effettivamente così. Ma la strategia populista non si esaurisce qui. Syriza in Grecia, Podemos in Spagna, Die Linke in Germania, la France Insoumise di Melénchon in Francia, il nuovo Labour Party di Corbyn in Inghilterra e Bernie Sanders negli USA sono la dimostrazione che, se pur con alcune differenze, è possibile intercettare il nuovo vento politico da posizioni diverse. E se il populismo fosse di sinistra?

E’ questa la domanda che pone Chantal Mouffe, politologa belga e docente di Teoria politica alla Westminister University, nel suo ultimo libro Per un populismo di sinistra . Non solo, secondo l’autrice, il populismo può essere di sinistra ma è necessario che questa lo abbracci. Rifiutando il senso dispregiativo, Mouffe definisce il populismo come “una strategia discorsiva per la costruzione di una frontiera politica, che opera attraverso la divisione della società in due campi e chiama alla mobilitazione […] chi è sfavorito contro chi è al potere”. Non è un’ideologia. Non è un regime politico. E’ una strategia, un modo di fare politica compatibile con diverse cornici istituzionali e con differenti posizioni politiche. Mira, con modi e fare diversi, ad un ritorno del politico e del decisionismo popolare ed è intriso di eterogenee domande non facilmente riconducibili ad interessi specifici o di classe.

populismo e sinistra

Il momento populista è figlio dello sfaldamento della trentennale egemonia neoliberale, resa evidente dalla crisi del 2008. Corrente individualista, di difesa della proprietà privata e del libero scambio, di sgretolamento delle tutele sociali in nome di uno stato minimo, il modello neoliberale ha progressivamente eroso i pilastri democratici, come l’uguaglianza e la sovranità popolare. E’ stato – ed è tuttora – un modello che ha pervaso la politica occidentale e che ha conquistato anche le forze socialdemocratiche, in principio lontane da posizioni del genere ma dal 1989 orfane di una stella polare. Se il più grande successo di Margaret Thatcher, ex primo ministro conservatrice inglese oltre che una delle principali esponenti di questa corrente, è stato far sì che Tony Blair, primo ministro labourista dal ’97 al 2007 , condividesse le sue ricette, si può dire che in Italia il più grande successo di Berlusconi è stato senza dubbio Matteo Renzi. Le indifferenti alternanze bipartisan tra centro-destra e centro-sinistra sono state l’esempio della mancanza di alternative possibili: il neoliberismo sembrava l’unica idea di società realizzabile. There is no alternative, si diceva.

Il risultato fu un progressivo disaffezionamento alla politica testimoniato dall’alto astensionismo. Solamente in Italia, per esempio, si è passati da un tasso di partecipazione di circa il 93% fino al ’76 alle elezioni dello scorso quattro marzo, in cui si sono recati alle urne meno di un elettore su quattro. E’ un sintomo evidente della situazione post-democratica, figlia del neoliberismo e madre del momento populista, di erosione del ruolo dei parlamenti e delle istituzioni democratiche, che svuota di senso la sovranità popolare e non dà più opportunità di scegliere tra alternative realmente differenti. Se è vero che la democrazia europea è un’articolazione di due principi differenti, il liberalismo politico e la tradizione democratica, oggi si è ridotta alla pura componente liberale, identificandosi solo con libere elezioni e difesa dei diritti umani. Il suo nucleo centrale si è ristretto al liberismo economico e alla difesa del libero mercato, pratiche che progressivamente hanno pauperizzato il ceto medio e moltiplicato esponenzialmente le diseguaglianze, come testimoniato dall’Oxfam nel suo ultimo rapporto.

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E’ proprio per questo che, secondo Chantal Mouffe, è necessario riconoscere il nucleo democratico di molte domande populiste. A parte chi è a proprio agio con ricette reazionarie, è doveroso comprendere che molti tra i seguaci dei populismi di destra lo sono perché “avvertono che nessun altro ha a cuore i loro problemi”. Jean-Luc Mélenchon e Jeremy Corbyn stanno iniziando a farlo, rubando voti – rispettivamente – all’ex Front National, nelle legislative francesi del 2017, e al partito pro-brexit UKIP quando, nel giugno del 2017, il 16% degli elettori hanno votato per il Labour. Nonostante entrambi mirino ad accogliere domande insoddisfatte, la grande differenza tra un populismo di destra e uno di sinistra è la composizione del noi e il modo in cui il loro è definito. Il primo tende ad escludere molti gruppi e non identifica necessariamente nel neoliberismo il suo avversario. Il secondo, in maniera inclusiva, vuole invece federare le domande democratiche delle diverse categorie sociali e riunirle in un’unica volontà collettiva, opposta ad un avversario comune: l’oligarchia e le élites liquido-finanziarie.

Occorre comprendere, però, che lo Stato non è un elemento neutro ma la cristallizzazione dei rapporti di forza nella società, un terreno agonistico dove si confrontano modelli avversari e antitetici. “La mossa decisiva è stabilire una frontiera politica che rompa con il consenso postpolitico tra centrodestra e centrosinistra”. L’obiettivo è estendere la democrazia oltre la sua determinazione formale e sottolineare che lo stato integrale gramsciano, che ingloba anche la società civile, può essere la base per importanti progressi democratici. E’ anche per questo che il populismo di sinistra ha necessariamente una componente anticapitalista, intesa come azione che affronti le diverse forme di subordinazione, dominio e discriminazione insite nel contemporaneo modo di produzione. Ma questa deve essere una concreta lotta per l’uguaglianza e non un conflitto ideologico contro un astratto capitalismo.

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L’obiettivo principale di un populismo di sinistra è, quindi, radicalizzare la democrazia, partendo dal presupposto che il problema della società contemporanea è che i suoi principi costitutivi non sono messi realmente in pratica. Questa nuova strategia non è necessariamente incompatibile con le istituzioni liberali. Anzi, è proprio in questa cornice che intende lavorare per un nuovo ordine egemonico. C’è però da ristabilire l’equilibrata articolazione tra liberalismo e democrazia, mettendo al primo posto i principi democratici. Accettare il governo della legge, la separazione dei poteri e la difesa della liberta individuale, rivendicando l’importanza dell’uguaglianza e della sovranità popolare. Secondo Chantal Mouffe anche per contrastare il modo di produzione capitalistico non è necessaria una rottura con le istituzioni liberali ed è stato solo un fatto contingente la loro sovrapposizione. Per dirla con termini marxisti, pur andando in controtendenza rispetto a quanto il filoso di Treviri scrisse, il liberalismo non è la necessaria sovrastruttura del capitalismo.

Una tra le critiche più frequenti che si avanzano ai populismi è che sono movimenti tendenzialmente autoritari, con cieca fiducia nei confronti del capo. Se questo è in gran parte vero, non per forza deve esserlo per un populismo di sinistra. Il leader, necessario per cristallizzare gli affetti condivisi in una volontà collettiva, può benissimo essere un primus inter pares che dà voce ad una reale partecipazione dal basso. Anche i temi della questione nazionale e del ruolo degli affetti sono presi fortemente in considerazione dall’autrice. Il primo è visto come “uno spazio decisivo per l’esercizio della democrazia e della sovranità popolare”: è questo il luogo dove, inizialmente, opporre resistenza democratica agli effetti della globalizzazione neoliberale. Sarebbe pericoloso lasciarlo alla destra, che lo interpreterebbe – e lo sta interpretando – in chiave nazionalista. Per la seconda questione, invece, la Mouffe sottolinea l’importanza del loro ruolo nella costituzione di identità politiche. La sinistra contemporanea dovrebbe rinunciare un minimo alla sua fredda razionalità e recuperare una connessione sentimentale con il suo popolo, facendo della lealtà ai valori democratici una questione di identificazione empatica.

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E’ fondamentale, per non rimanere immobili di fronte alla nuova realtà politica, riconoscere il momento populista e le opportunità che questo può aprire. Per dirla con Gramsci, siamo in un periodo in cui “il vecchio muore e il nuovo non può nascere”, un interregno in cui si verificano “i fenomeni morbosi più svariati”. Le dinamiche politiche stanno rapidamente mutando. Le categorie che fino a poco tempo fa erano garanzia di comprensione sembrano insufficienti. L’egemonia neoliberale è in crisi e vi è la possibilità che quella nuova sia “più autoritaria” o “più democratica”. Per risolverla positivamente bisogna andare oltre le contrapposizioni tra vaghi difensori dello status quo e forze dichiaratamente reazionarie. Per Chantal Mouffe è quindi doveroso parlare di populismo perché, “con il suo porre l’accento sul demos […] può ben rappresentare la logica politica più adatta alla congiuntura attuale” oltre che recuperare, con realismo, quel senso della politica come luogo di scontro agonistico tra visioni ed interessi differenti venuto meno nell’era della postpolitica. Ma deve anche avere una determinazione chiara. Questo populismo deve essere di sinistra per segnalare chiaramente i valori che difende: uguaglianza e giustizia sociale.

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